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Il lavoro delle nostre donne e dei nostri uomini per l’assistenza spirituale in carcere va avanti da 9 mesi, si tratta di un progetto sperimentale che speriamo si sviluppi in un’azione istituzionalizzata.

Il progetto è promosso da UCOII in collaborazione con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, si tratta di una sperimentazione che sta avendo riscontri positivi. Il programma si svolge in otto carceri italiane, quelle che presentano il maggior numero di detenuti di fede musulmana, e consiste nell’accesso di imam e ministri di culto in queste carceri. Essi sono 12 in tutto, di cui quattro donne e otto uomini, sono stati selezionati da UCOII e hanno ricevuto l’autorizzazione dal Ministero della Giustizia. Il progetto pilota è efficace su due piani diversi ma interconnessi.

Da una parte, il progetto permette ai detenuti musulmani di vivere il periodo di reclusione nel pieno dei loro diritti civili, fra i quali vi è il diritto di libertà religiosa. La possibilità di svolgere la preghiera collettiva del venerdì, e quella di avere un colloquio con un ministro di culto islamico rientrano nella sfera dei diritti individuali che devono avere modo di essere soddisfatti.

Dall’altra parte, in carcere succede che i detenuti si sentano vittime e non colpevoli, condizione amplificata dall’impossibilità di poter praticare la propria fede (pensiamo alla preghiera da svolgere 5 volte al giorno ad orari precisi, all’avere uno spazio dedicato al culto, all’avere accesso a cibo halal o semplicemente soddisfare il bisogno di poter consultare una guida religiosa). Assicurare i diritti religiosi può contrastare il fenomeno delle vittimizzazione e sostituire il risentimento per la propria condizione con un momento di riflessione morale e di speranza attraverso il perdono. L’azione dei nostri imam e ministri di culto trasforma l’esperienza del carcere per i detenuti musulmani da  un luogo di conflitto a un luogo di riflessione.

Tutti questi processi riducono al minimo il rischio di sviluppare ideologie di estremismo violento basate su idee distorte della religione islamica. Come afferma Patrizio Gonnella, voce autorevole sulla tutela dei diritti nel sistema penale, presidente dell’Associazione Antigone, “dobbiamo contrastare fino in fondo la sindrome della vittimizzazione, cioè quella di un detenuto che entra per un reato comune e poi lì si costruisce un’identità ritenendosi vittima di uno stato che non ti garantisce i diritti fondamentali a partire da quello (…) della libertà di religione. Se si vuol fare un regalo all’Isis, questo è il regalo perfetto”. Prevenzione in carcere, quindi, attraverso un accesso controllato ma capillare degli imam e ministri di culto.

L’articolo uscito ieri sul Corriere della Sera aiuta a comprendere l’importanza del progetto che UCOII e il Ministero della Giustizia, grazie al lavoro del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, stanno portando avanti. Vi invitiamo quindi a leggere qui le parole che scrivono su di noi e a guardare con attenzione l’infografica del Corriere della Sera che ci mostra lo status delle cose ad oggi.