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Izzeddin Elzir


Mi chiamo Izzeddin. Sono nato e cresciuto a Hebron, Hebron al Khalil, la città di Abramo. Mio padre è di Hebron e mia madre è di Gerusalemme. Ho studiato sia presso la scuola palestinese sia in quella che noi in Italia chiamiamo la scuola coranica. Nella mia famiglia ero quello che frequentava la Moschea con più assiduità. Fin da giovanissimo mi sono trovato a mettere in pratica le mie capacità di mediazione per la particolare situazione di Hebron.

Hebron è la città più complicata in Palestina. Essa era, infatti, l’unica città all’interno della quale si trovano almeno 400 coloni che non lasciavano spazio a una convivenza pacifica. Nonostante questo, grazie a Dio e grazie alla mia famiglia, ho avuto un’educazione di grande apertura, perciò sono riuscito a instaurare un dialogo con i coloni, come con le varie espressioni politiche e religiose dell’intifada, mediazioni non sempre facili. Ad esempio entrai in contatto con uno dei coloni, Baruch Goldstein, colui che purtroppo in seguito commise il massacro dentro la moschea di Hebron. Egli era un medico newyorkese venuto per motivi religiosi nella terra promessa e, nonostante il suo estremismo, abbiamo sempre avuto uno scambio e un confronto, rimanendo sempre ognuno convinto delle proprie opinioni.

Sono venuto a studiare per diventare stilista nel ’91, la prima cosa che ho cercato una volta in Italia, il giorno dopo il mio arrivo a Firenze, è stata la Moschea. Ho girato per Firenze e mi sono reso conto presto che non c’era. Durante le mie ricerche, una settimana dopo il mio arrivo, mi sono imbattuto nella Sinagoga di Firenze, pensavo fosse una Moschea, era bellissima. Poi mi resi conto che era una Sinagoga e che la mia presenza lì davanti poteva essere considerata sospetta, quindi scappai.

Dopo questo episodio, a poco a poco io e altri giovani siamo riusciti a fondare la prima comunità islamica di Firenze e Toscana. La comunità ha cominciato gradualmente a crescere e le prime occasioni di dialogo si sono presentate con il mondo cristiano. Studiavamo la lingua italiana presso il Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira. Luogo cruciale per il per il mio percorso. Abbiamo chiesto al direttore la possibilità di usare una sala per la preghiera del venerdì e lui è rimasto contentissimo. Così per alcuni mesi abbiamo pregato lì. Fu così che iniziò il dialogo islamico-cristiano vero e proprio.

Nel 1993, purtroppo, abbiamo subìto a Firenze l’attentato terroristico mafioso agli Uffizi. Il sindaco di allora mi chiamò per annunciarmi che aveva intenzione di organizzare una manifestazione contro questo atto di terrorismo e che aveva il piacere di invitarmi a fare una preghiera interreligiosa. Pensavo che questo volesse dire tradurre in italiano le cinque preghiere rituali, sarebbe stato poco rispettoso per la mia religione farlo. Accettai quindi con piacere l’invito a partecipare precisando che non potevo prendere parte alla preghiera interreligiosa.

Per il sindaco comunque l’importante era che io partecipassi. Quindi andai.

Durante l’iniziativa ascoltai con attenzione il cardinale Piovanelli e poi il Rabbino Schiunnach, che facevano la preghiera, che in realtà era una sorta d’invocazione. La preghiera ebraica poi la conoscevo bene e non era quella che il Rabbino stava proponendo. Dissi tra me e me, se loro per preghiera interreligiosa intendevano questa, potevo farla anch’io. Allora mi sono rivolto al sindaco e gli chiesi di unirmi a questa bella iniziativa. Ritengo molto importante questo episodio, per comprendere il valore del confronto e della comprensione con l’altro.

Non esisteva all’epoca, a parte rapporti formali, un reale dialogo islamico-ebraico. Con l’arrivo del Rabbino Yosef Levi, di nuovo tramite iniziativa della comunità cristiana, abbiamo cominciato a incontrarci molto spesso. Concordammo al tempo di fare del nostro meglio per lavorare su questioni nostre religiose come cittadini italiani di fede ebraica e di fede musulmana e non sulla base dei nostri paesi d’origine. Credo che questa formula abbia funzionato perché dal 1996 questo dialogo è arrivato fino a oggi. In questi vent’anni, non c’è stato solo un dialogo fra l’Imam e il Rabbino, ma siamo riusciti a portare questo dialogo fin dentro le nostre comunità. È divenuta una consuetudine che gli ebrei fiorentini dialoghino con i musulmani fiorentini e viceversa. Certo, tutto questo dopo grande fatica.

In seguito sono stato eletto Presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia due volte, sono adesso nel mio secondo mandato, e credo che questa nomina sia arrivata grazie al lavoro che abbiamo fatto a Firenze. Questo impegno sia nel dialogo col mondo cristiano, sia nel dialogo col mondo ebraico è importante, grazie a questo successo abbiamo poi allargato il confronto invitando il mondo buddista e in seguito anche la società civile e molti altri.

Grazie all’ottimo rapporto costruito con le istituzioni, in particolare con il Comune di Firenze abbiamo dato vita con il Sindaco Nardella al Patto di Cittadinanza nel 2015. Patto unico nel suo genere e che già diverse città stanno riproducendo.

Sono profondamente convinto che il successo del clima fiorentino di dialogo sia stato uno dei motivi per cui la nostra comunità ha scelto di eleggermi come presidente nazionale ed è in virtù di questa carica che sto cercando di estendere a livello nazionale quello che abbiamo potuto realizzare a Firenze.